124 – Un terrone comunque

Sinceramente non avevo mai attribuito alcun particolare valore,
in positivo o in negativo,
al fatto di essere nato più a sud o più a nord di qualcun altro.
A casa mi avevano insegnato a ritenermi fortunato di essere nato italiano;
per conto mio ci aggiungevo il fatto di essere nato a mare, di vederlo spesso e quindi di essere doppiamente favorito.
Ma ero ugualmente un terrone.
Non avevo messo nel giusto conto questo aspetto del problema,
non avevo riflettuto sul serio sulla componente “sociale” e di condivisione
che gli umani usano fra loro;
poco alla volta mi sono reso conto che limavo, smussavo,
persino non dicevo in certi casi,
quando io ero da tutt’altra parte e di tutt’altra idea.
Tanto disponibile ad ascoltare e così poco fermo nel farmi ascoltare.

123 – Fuori dalla rada

Ho riflettuto a lungo sulla mia vita e sui percorsi compiuti:
ad un certo punto ho avuto la sensazione che il tempo si fosse dilatato e, con esso, anche le alternative possibili.
Ma non è così, non può essere così,
appena esci dalla rada devi confrontarti con la possibilità
di una tempesta o di un uragano.
Quello che riuscirò a scrivere sarà la cronaca di un sogno a mezzaria fra questa stagione
e l’altra che ho intravisto dentro la luce di un tramonto.
C’è una realtà che conosco bene: stare da soli può uccidere;
può lasciarti svuotato come una buccia che si sostiene per caso
finchè un colpo di vento più forte la fa cadere e ne mostra
tutta l’intrinseca debolezza.

122 – Assenze e ritorni

Sembro non aver pace:
ho lasciato decine di tracce e di resti in rete in tutti questi anni.
Penso spesso che è impossibile commentare ciò che scrivo,
mi domando quindi quale senso possa avere farlo
in un contesto in cui l’interloquio è fondamentale.
Qui scrivo solo per me, mi dico e un po’ mento,
scrivo per lasciare un segno alle spalle dei miei giorni:
non riesco a pensare a dei possibili commenti mentre lo faccio.
Vi sono dei moti dell’animo che non hanno alcun senso comune,
alcuna giustificazione e che, tuttavia, si palesano senza ritegno.
E’ questo il motivo dei miei ritorni e delle mie assenze.

121 – Non piacersi più

Queste pagine sono il mio specchio, riflettono un uomo che non si piace più
a sufficienza
ma non può rinnegare se stesso.
Il blog è una parte di me che non riesco più a far crescere come vorrei
e che non mi aiuta più nell’interloquire
con quelli di voi che stimo di più.
Il blog vi dice alcune cose,importanti non lo nego, ma non le dice tutte.
Sono un vecchio borghese meridionale aristocratico e demodè quanto basta per restare così:
sospeso.

120 – Un vizio antico

Battere queste righe è un vizio antico da cui non so liberarmi.
Lo farò per te qui perchè l’armonia risponde a se stessa
in un silenzio perfetto.
La querula dimensione del commento e del rimando ad esso perpetua un rituale che rende risibile anche un’intuizione corretta,
soltanto uno spirito elevato può arrischiarsi a tentarlo:
nascere è umano, perseverare è diabolico.
Pare che io lo sia diventato
ma l’eternità esiste e non è poi così sicuro che essa sia
una liberazione
o un fatto positivo;
spesso appare ai miei occhi come un ripetersi ironico dei medesimi atteggiamenti mentali.

119 – Una comune sconfitta

Non mi consolo, non ne ho voglia, anzi non ho voglie,
non quelle comunemente definite come tali.
Ho sogni, sogni bellissimi e vasti come il mare,
talmente perfetti da lasciarti sbigottito.
In fondo vivo di sorprese: stare sul web è una di queste, constatarne i limiti un’altra, rendersi conto che la volgarità
è da ogni parte intorno a noi, e che ogni giorno, inevitabilmente,
soffochiamo nell’imbecillità
diventa infine l’inevitabile conclusione.
Io faccio parte di questa comune sconfitta, che la dichiari in buon italiano e serenamente non ne cambia i connotati,
mi rende solo più ridicolo.

118 – Due volte bastano

Io attendo che il desiderio mi appartenga altrimenti è inutile,
non voglio partecipare all’amore come ad un evento mirabolante in cui compari per dovere d’esistere.
Scelgo con un’attenzione estrema e sottile
perché lo so bene che chi seduce in fondo perde spazio
e diventa prigioniero di sé stesso.
Ho imparato da ragazzo a percepire l’artefatto, la malizia
ed ho conosciuto un sentimento mondato da questi orpelli
solo due volte nella mia vita.
Me li tengo stretti al corpo quegli odori e quei momenti quando la seduzione si svolgeva in un canto libero
e senza necessità di presentarsi in un modo piuttosto che
in un altro.
Non mi è restato altro, non vedo altro. Non avrò altro.